Economia, requiem per le partite Iva: una famiglia su quattro è povera

Dati terribili dalla CGIA di Mestre. Spariti 300 mila lavoratori autonomi

 

Il cosiddetto popolo delle partite Iva sta lentamente morendo. Niente, all’orizzonte, sembra possa dare nuova linfa vitale a una categoria che spesso, in Italia, non è vista né trattata in modo adeguato, in primis dalle istituzioni. Eppure il rilancio dell’economia passa anche e soprattutto da qui.

Sempre più poveri – Secondo la CGIA di Mestre, infatti, le famiglie che vivono grazie al reddito da lavoro autonomo sono quelle più a rischio povertà. Nel 2015 il 25,8 per cento dei nuclei familiari facenti parte di questa categoria è sopravvissuto al di sotto della soglia di povertà totale, stabilita dall’Istat e fissata in 9.508 euro annui. Una famiglia su quattro. Il loro reddito, dal 2008 al 2014, è diminuito del 15,4 per cento, equivalente a 6.500 euro volatilizzati.

La morìa dei lavoratori autonomi – Inoltre i dati Istat rielaborati dalla CGIA parlano chiaro e lanciano un altro duro messaggio: finora, infatti, la crisi economica ha spazzato via circa 300 mila lavoratori autonomi e il numero è in continuo aggiornamento al rialzo. Si tratta, dal 2008 al primo semestre 2017, di 5,5 punti percentuali a livello nazionale. Si salva, per modo di dire, il Centro (-1,3%), ma crollano Mezzogiorno (-7%), Nord Ovest (-6,4%) e Nord Est (-6,2%). Emilia-Romagna (-12,7%), Calabria (-12%), Liguria e Abruzzo (- 10,4% entrambe) le regioni più tartassate.

Valori statistici nudi e crudi che, però, rappresentano un dramma umano per piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, liberi professionisti, coadiuvanti familiari e molte altre categorie. Un microcosmo di 297 mila 500 famiglie che, per aprire una partita Iva e mettersi in proprio, ha dovuto fare sacrifici su sacrifici. Insomma, lavoratori come tanti altri in Italia. Le partite Iva però, a differenza ad esempio di un dipendente il quale, pur nella disgrazia economica, può beneficiare di aiuti come cassa integrazione o sussidi di disoccupazione, si sono dovute reinventare fin da subito. Rimettersi in gioco e farlo, magari, a un’età in cui in Italia dal gioco sei precluso a priori.

E se, a essere ottimisti, non suonano come un de profundis, le parole di Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, descrivono comunque una situazione disperata: “Fino a una decina di anni fa – ricorda – aprire una partita Iva era il raggiungimento di un sogno: un vero status symbol. L’opinione pubblica collocava questo neoimprenditore tra le classi socio-economiche più elevate. Oggi, invece, non è più così: per un giovane, in particolar modo, l’apertura della partita Iva spesso è vissuta come un ripiego o, peggio ancora, come un espediente che un committente gli impone per evitare di assumerlo come dipendente”.

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Gabriele Tolari

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