La “Libertà Sindacale” nella Costituzione più bella del mondo

Una riflessione di Antonio M. Orazi sulle libertà sindacali garantite dalla Costituzione a seguito di un’analisi analoga curata dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro

La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro interviene efficacemente a commento della recente circolare n.3/2018 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Quest’ultima tratta i contratti collettivi stipulati da organizzazioni sindacali comparativamente maggiormente rappresentative che, nello spirito di “bravi” nostalgici, vorrebbe essere una moderna denominazione o trasfigurazione della corporazione buonanima, con pace pressoché eterna dei valori costituzionali di libertà sindacale.

La legislazione sul lavoro postcorporativa, mentre trascurava di rendere applicabile l’art.39, non meno che l’art.36 sulla retribuzione sufficiente, è venuta condizionando (ricattatoriamente) tutta una serie di vantaggi, agevolazioni e deroghe, alla applicazione di contratti collettivi stipulati da organizzazioni sindacali. E lo ha fatto senza prendersi la briga di definire che cosa e come dovesse essere un contratto collettivo e di regolare, anche vagamente, le organizzazioni sindacali, che rientrano tra le associazioni non riconosciute previste dal codice civile del 1942.

Certamente in tutto questo lungo tempo sono intervenuti i giudici a dirimere i vari contenziosi utilizzando concetti del passato, avallati da una dottrina che, facendosi forte dell’ assenza di legge, ha guidato una lotta di classe con altri mezzi, riciclando senza neppure un qualche ricondizionamento i vecchi schemi corporativi, come le categorie contrattuali, o sussumendo passivamente le cosiddette conquiste della contrattazione collettiva di diritto comune, come i livelli o l’inquadramento unico.

E, con le aggiunte antitrentanoviste di “maggiormente rappresentative” o “comparativamente maggiormente rappresentative”, la legislazione raggiunge l’apice della ipocrisia nel voler dire qualcosa che tutti sanno che cos’è ma che nessuno osa dire, ossia che le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, quelle che contano, sono quelle già definite “la triplice”, con la degna corrispondenza delle storiche organizzazioni dei datori di lavoro dei settori tradizionali.

Formule queste che, come giustamente richiama la Fondazione Studi, sono essenzialmente vuote perché “allo stato attuale il citato concetto di comparativamente più rappresentativo sul piano nazionale non trova alcuna concretizzazione in un dato certo”. “Il legislatore infatti, nel prevedere il criterio della rappresentatività maggioritaria comparativa, perpetua l’annosa incertezza sulle modalità attraverso le quali individuare, con la necessaria obiettività, tale requisito.

Anche le più recenti norme (art.51 d.lgs.n.81/2015) rinviano al criterio della rappresentatività comparata, senza che però nel sistema attuale sia possibile individuare con certezza i parametri attraverso i quali determinare tale comparazione e conseguentemente individuare l’organizzazione sindacale perciò “maggiormente” rappresentativa”.

Cosicché è giusto chiedersi “su che base, quindi, sarà possibile eseguire l’invito dell’Ispettorato Nazionale ai propri Uffici territoriali, all’Inps, all’Inail, ad attivare specifiche azioni di vigilanza?”. Mentre ci si potrebbe anche domandare a che scopo bandire una crociata e attivare una azione di contrasto verso le aziende che, comunque, applicano un contratto collettivo, quando purtroppo sono ancora tanto diffuse le situazioni di ben maggiore gravità?

Antonio M. Orazi – Sindacalista d’Impresa Conflavoro PMI

 

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