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La settimana politica: tensioni ancora alte tra USA e Iran, mentre prosegue la tregua di 10 giorni tra Israele e Libano

Crisi Iran-USA: Hormuz riaperto e richiuso e trattative in bilico con il sequestro di una nave. Interni: il Decreto Primo Maggio sul lavoro sarà ridimensionato

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Con la riapertura dello Stretto di Hormuz nella giornata di venerdì 17 aprile, sembrava fosse vicina la conclusione della crisi tra Iran e USA, con il greggio crollato del 10% in poche ore. Ma già sabato i Pasdaran hanno di nuovo invertito la rotta, richiudendo il passaggio e aprendo il fuoco contro le navi in transito, accusando Washington di non aver rimosso il blocco navale sui porti iraniani.

Stretto di Hormuz ancora nodo del confronto tra Iran e USA

Nella giornata di domenica l’escalation ha invece raggiunto un nuovo livello, con la Marina americana che ha sequestrato la nave cargo iraniana Touska nel Golfo dell’Oman, colpendone la sala macchine prima dell’abbordaggio dei Marines.

Teheran ha accusato l’America di aver svolto un’azione di “pirateria armata” e promesso ritorsioni, mentre il vicepresidente dell’Iran Aref ha chiarito che la sicurezza di Hormuz non è gratuita. Nonostante l’inasprirsi delle relazioni nel fine settimana, il Presidente Trump sostiene che l’intesa sia vicina, ma minaccia di colpire centrali e ponti iraniani se Teheran non firmerà.

Sul fronte dei negoziati invece già da oggi (20 aprile) è attesa la ripartenza delle trattative in Pakistan, con una delegazione guidata dal vicepresidente Vance attesa a Islamabad, ma l’Iran condiziona la propria partecipazione a “segnali positivi”.

Prosegue con difficoltà la tregua israelo-libanese

Sullo sfondo resta il conflitto Israelo-Libanese, con Teheran che ha subordinato la riapertura dello Stretto al cessate il fuoco in Libano. La tregua di dieci giorni tra Israele e Libano, entrata in vigore il 16 aprile, rappresenta il primo negoziato diretto tra i due Paesi in oltre quarant’anni, ma appare già compromessa: Israele mantiene una fascia militare di dieci chilometri nel sud del Paese e le violazioni sono state segnalate da entrambe le parti fin dalle prime ore. Se il Libano salta, Hormuz si richiude. 

Decreto Primo Maggio: marcia indietro Governo su rappresentanza

Il Consiglio dei Ministri è atteso al 30 aprile per varare il cosiddetto “decreto Primo Maggio”, il consueto provvedimento con cui il governo Meloni intende presentarsi alla Festa dei Lavoratori, così come avvenuto dal primo anno di legislatura, ma il testo che pare arriverà sul tavolo di Palazzo Chigi dovrebbe essere sensibilmente ridimensionato rispetto alle ambizioni iniziali.

Il punto più rilevante è politico, con l’esecutivo che ha lasciato scadere la delega sulle retribuzioni “giuste ed eque” e sulla contrattazione collettiva, approvata lo scorso autunno snaturando la proposta delle opposizioni sul salario minimo.

La scelta è stata obbligata dal fronte compatto — caso raro — di Cgil, Cisl, Uil e associazioni datoriali, unite nel contestare l’ipotesi di agganciare i salari ai contratti nazionali “più applicati” anche se firmati da sigle minoritarie. Tramontano così le ambizioni del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che puntava a introdurre un principio di equivalenza tra i contratti delle sigle maggiori e quelli minori, pur se peggiorativi per i lavoratori.

Le bozze richiamano invece l’articolo 51 del decreto legislativo 81 del 2015, uno dei provvedimenti attuativi del Jobs Act, secondo cui per contratti collettivi si intendono soltanto quelli stipulati dalle “associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”: un arretramento che segna una netta controtendenza rispetto alla linea di flessibilità contrattuale finora promossa dall’esecutivo.

Nel decreto dovrebbe rimanere la stabilizzazione del bonus assunzioni under 35, con sgravio contributivo fino al 100% per le aziende e un tetto mensile di 500 euro (650 nelle regioni del Sud). Previste agevolazioni strutturali per il lavoro femminile, indicato dalla Premier come priorità, la possibile detassazione degli aumenti contrattuali per i redditi sotto i 33mila euro e la conferma del taglio del cuneo fiscale. Attese infine misure sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sul contrasto al caporalato e nuove tutele per i lavoratori delle piattaforme digitali, in attuazione della direttiva europea.

Sovranisti a Milano: Salvini rilancia linea dura sull’Europa

Sabato 18 aprile Piazza Duomo a Milano ha ospitato il raduno dei Patrioti per l’Europa, il gruppo dell’Eurocamera, organizzato dalla Lega di Matteo Salvini. Sul palco insieme al segretario del Carroccio il Presidente del Rassemblement National Jordan Bardella e l’olandese Geert Wilders (PVV), mentre si è collegato per dei saluti anche Santiago Abascal di Vox. Grande assente Orbán, fondatore del gruppo nel 2024 e reduce dalla sconfitta alle elezioni ungheresi ma ringraziato più volte dal palco. Circa diecimila persone sotto lo slogan “In Europa padroni a casa nostra”, che riprende l’antico motto di Umberto Bossi.

Forti critiche sono state mosse a Bruxelles, definita insieme al Fondo Monetario Internazionale “una coppia malefica” da Salvini, che ha anche chiesto la sospensione del Patto di Stabilità, lo stop al Green Deal, la revoca delle sanzioni alla Russia e il ritorno al gas e petrolio russi — ipotesi rilanciata alla luce della crisi energetica da Hormuz. Respinte le misure di razionamento di Ursula von der Leyen e l’esercito europeo di Macron, mentre è stato ribadito il tema della “remigrazione”.

La mobilitazione risponde a un calcolo politico interno, con la Lega attraversa una fase complicata tra l’addio di Vannacci, le sconfitte referendarie, la disfatta dell’alleato Orbán e le distanze da Trump: il recupero dello slogan bossiano è una mossa identitaria per ricompattare la base del Carroccio e ritagliarsi uno spazio autonomo rispetto agli alleati di governo Meloni e Tajani, più atlantisti e meno antieuropei. A pochi metri dal palco, tre cortei di antagonisti hanno manifestato contro il raduno, con tensioni e l’uso degli idranti.

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