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La settimana politica: secondo attentato a Trump, segnale di un Paese in tensione

Secondo attentato a Trump, alla cena dei corrispondenti, e stallo USA-Iran sul nucleare. Caso Venezi: Palazzo Chigi cambia linea sulle nomine culturali

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Nella giornata di sabato sera, alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, si è verificato il secondo tentativo di attentato a Donald Trump in meno di due anni. Dopo i colpi di Butler, in Pennsylvania, del luglio 2024 — quando un proiettile sfiorò l’orecchio dell’allora candidato repubblicano, ferendolo — gli Stati Uniti hanno sfiorato un’altra ferita politica, con il 31enne Cole Tomas Allen che ha aperto il fuoco al Washington Hilton prima di essere bloccato dagli agenti del Secret Service: tra cinque e otto colpi esplosi, un agente raggiunto e protetto dal giubbotto antiproiettili. Trump non si trovava sulla traiettoria.

L’identikit dell’attentatore

A rendere la vicenda particolarmente inquietante è il manifesto consegnato dall’attentatore ai familiari prima di partire: un documento freddo e organizzato, in cui Allen elenca obiettivi in ordine di priorità ed espone le sue ragioni con la lucidità del fanatico convinto di compiere un dovere civico. A peggiorare il quadro, le falle nei controlli denunciate dallo stesso attentatore — registrazione in albergo senza ispezioni, armi introdotte senza ostacoli.

Se si aggiunge il tentato attacco al golf club di West Palm Beach del settembre 2024, quando Ryan Routh fu intercettato armato a poche centinaia di metri dall’allora candidato Trump, il conteggio sale a tre episodi in meno di due anni. Un dato che racconta qualcosa di un’America attraversata da tensioni profonde, dove il confronto politico fatica a trovare le sue forme civili. Con l’aumentare di tali episodi, anche in Europa ci si dovrebbe cominciare ad interrogare sulla qualità del dibattito politico e sull’associazione dell’avversario politico come nemico da abbattere, consuetudine che si va via via normalizzando, anche in Italia.

Hormuz prima, nucleare poi: la proposta iraniana e lo stallo con Trump

C’è una strana coreografia attorno ai colloqui tra Stati Uniti e Iran. Un balletto di viaggi, telefonate e mediatori discreti che lascia intuire quanto entrambe le parti abbiano bisogno di una via d’uscita — e quanto, insieme, fatichino a trovarla. Da Teheran la linea è netta: nessun accordo sotto minaccia, mentre Trump ha esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco in attesa di una proposta unificata dei leader iraniani, lasciando intendere di non avere fretta. Intanto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi attraversa una piccola odissea diplomatica — Islamabad, Muscat, Mosca — mentre Pakistan, Oman e Cina si offrono come mediatori.

Il cuore del contenzioso resta il dossier nucleare, con Washington chiede di congelare per vent’anni la capacità iraniana di arricchire uranio: un perimetro che eccede il mandato dell’attuale amministrazione e gran parte degli accordi di non proliferazione conosciuti. Per Teheran è inaccettabile, non solo per ragioni tecniche: il programma è diventato pilastro di sovranità, leva geopolitica e nodo identitario interno. I pasdaran premono per la linea dura, mentre la fazione moderata del presidente Pezeshkian e di Araghchi negozia con un mandato fragile e propone di rimandare le discussioni sul nucleare dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, tenendo le due partite separate. Il punto più drammatico, però, è in Libano, dove Israele continua a bombardare il sud del paese, escluso dal cessate il fuoco, per creare una “zona cuscinetto” contro Hezbollah. Gli ultimi raid hanno provocato sette morti e ventiquattro feriti, con nuovi ordini di evacuazione per interi villaggi a nord del Litani.

Il caso Venezi e la nuova linea di Palazzo Chigi

Il licenziamento di Beatrice Venezi, avvenuto questo fine settimana, dal Teatro La Fenice di Venezia, si inserisce in una linea di condotta che il governo ha iniziato a delineare già giorni immediatamente successivi alla sconfitta referendaria, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha imposto un cambio di passo nei confronti della propria maggioranza.

Le dimissioni che hanno interessato Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bortolozzi rappresentano i precedenti più rilevanti di questa nuova fase, in cui l’esecutivo ha scelto di non garantire più copertura politica a figure divenute fonte di imbarazzo istituzionale. Il caso Venezi non fa eccezione, con la Premier che secondo quanto trapela avrebbe definito ormai indifendibile la direttrice d’orchestra.

La vicenda, del resto, era da tempo oltre la soglia della tenuta. Nominata direttrice musicale nel settembre 2025 con incarico quadriennale, Venezi aveva incontrato fin da subito l’opposizione di orchestra e coro, in stato di agitazione per le modalità della nomina e per un curriculum giudicato inadeguato al prestigio dell’istituzione.

L’intervista al quotidiano argentino La Nación — in cui ha descritto la sua orchestra come un luogo dove i posti si tramandano «di padre in figlio», accusando i musicisti di nepotismo e definendo il pubblico veneziano provinciale e pigro — ha determinato la rottura definitivo, con il sovrintendente Nicola Colabianchi che ha annullato ogni collaborazione futura e il ministro della Cultura Alessandro Giuli che si è accodato rinnovando la fiducia nel suo operato.

Il significato politico della vicenda eccede tuttavia il perimetro del singolo episodio. Per oltre due anni l’esecutivo ha sostenuto figure controverse nel quadro della propria strategia di riequilibrio culturale; la scelta di non difendere ulteriormente Venezi conferma un mutamento di approccio destinato a riflettersi sulle prossime decisioni di nomina. Resta aperto, in questa cornice, il dossier Biennale, con le tensioni attorno alla presidenza di Pietrangelo Buttafuoco: un segnale che la stagione del riassetto delle istituzioni culturali è tutt’altro che conclusa.

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