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La settimana politica: le ultime novità sul negoziato Iran-USA

Negoziato USA-Iran avanza con cautela, Kiev colpita da nuovi raid russi nonostante le aperture di Putin, e Italia Viva nella bufera per la campagna 2×1000

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Il negoziato tra Stati Uniti e Iran entra in una fase più concreta, ma resta ancora segnato da cautela e diffidenza reciproca. Le ultime indicazioni parlano di un possibile quadro d’intesa sui principi generali, mentre la finalizzazione dell’accordo richiederebbe ancora il via libera politico dei rispettivi vertici. Non si tratta quindi di una svolta già compiuta, ma di un passaggio negoziale rilevante, perché per la prima volta emergono elementi più definiti sulla possibile architettura dell’intesa.

I dossier aperti sull’Iran

Donald Trump ha scelto una linea prudente, frenando sulle attese di una chiusura rapida con l’Iran: “non c’è fretta”, ha fatto sapere, precisando che un eventuale accordo dovrà essere “buono e appropriato”. Una posizione che conferma la volontà americana di non apparire costretta ad accelerare, soprattutto su dossier sensibili come sicurezza regionale, nucleare e gestione dello Stretto di Hormuz.

Più aperta, ma comunque condizionata, la valutazione del segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui l’obiettivo resta raggiungere “un buon accordo”, con l’Iran pur lasciando intendere che, in assenza di risultati adeguati, Washington potrebbe valutare soluzioni alternative.

Da Teheran arrivano segnali altrettanto misurati. Fonti interne all’Iran riconoscono “progressi su molte questioni”, ma escludono che l’accordo sia imminente. Il punto più significativo riguarda la disponibilità a discutere del programma nucleare solo se gli Stati Uniti rispetteranno gli impegni del memorandum ancora in fase di negoziazione.

Per ora, dunque, il negoziato avanza, ma resta sospeso tra apertura diplomatica, garanzie richieste e prudenza politica, con effetti diretti sulle aspettative di stabilità energetica e commerciale internazionale.

Kiev sotto attacco, la tregua resta lontana

Le parole di Vladimir Putin su una guerra che “si avvia alla conclusione” sono state rapidamente oscurate dal nuovo massiccio attacco russo su Kiev, è questa la contraddizione che segna la fase attuale del conflitto: mentre da Mosca arrivano aperture sul piano diplomatico, sul terreno continua a prevalere la pressione militare, con raid che colpiscono direttamente la capitale ucraina e allontanano la prospettiva di una tregua credibile.

Nelle prime ore della giornata, Kiev è stata raggiunta da missili e droni, con almeno dieci potenti esplosioni segnalate in diversi quartieri. Secondo le prime ricostruzioni, l’attacco avrebbe provocato morti e decine di feriti, confermando una strategia russa ancora fortemente orientata alla dimostrazione di forza. Mosca ha respinto le accuse di aver colpito infrastrutture civili, ma la gravità del raid ha alimentato nuove condanne internazionali e la richiesta ucraina di un intervento urgente nelle sedi multilaterali.

Il punto politico resta evidente: l’eventuale apertura al dialogo perde consistenza se accompagnata da un’intensificazione degli attacchi. Anche per questo, le dichiarazioni sulla possibile conclusione del conflitto appaiono difficili da leggere come un vero cambio di passo. Per Kiev e per gli alleati occidentali, la priorità resta verificare se alle parole possano seguire segnali concreti di de-escalation. Fino ad allora, ogni ipotesi negoziale resta fragile, sospesa tra diplomazia dichiarata e violenza sul campo.

Italia Viva, la campagna sul 2×1000 diventa caso politico

La campagna di Italia Viva per il 2×1000, apparsa nelle stazioni di Roma e Milano, è rapidamente diventata un caso politico, con i manifesti, costruiti sullo slogan “Qvando c’era lei” e ispirati nella grafica e nel linguaggio alla propaganda del Ventennio, che puntavano a contestare alcuni risultati del Governo Meloni: tasse, caro spesa, fuga dei giovani, sicurezza e ritardi ferroviari. Proprio il riferimento ai treni, esposto negli spazi delle principali stazioni, ha acceso la polemica e portato Grandi Stazioni Retail a chiedere la modifica di parte della campagna per il rinnovo dell’autorizzazione.

Italia Viva ha denunciato l’episodio come un atto di censura, sostenendo che la richiesta di modifica colpisse una campagna politica legittima e ironica. Matteo Renzi ha rilanciato la polemica, affermando che Meloni non avrebbe dovuto arrabbiarsi con lui per i cartelloni, ma con Salvini per i ritardi dei treni. La vicenda ha così trasformato una comunicazione per la raccolta del 2×1000 in uno scontro politico più ampio sul confine tra satira, propaganda e libertà di espressione.

La risposta di Giorgia Meloni ha cercato di spiazzare l’attacco. In una lettera a La Stampa, la premier ha negato di essersi irritata e ha escluso interventi di Palazzo Chigi sulla campagna. Anzi, ha definito l’iniziativa efficace sul piano comunicativo e ha suggerito che “non dovrebbe essere toccata”. Poi la stoccata a Renzi: dopo che “c’è stato lui” al governo, quasi nessuno lo avrebbe più votato.

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