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La settimana politica: il gelo tra Meloni e Trump

Gelo Trump-Meloni dopo il G7 e foto fake con IA. Intanto, in Svizzera, il primo round Iran-USA. Starmer si dimette, Londra verso il settimo premier in 10 anni

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La vicenda che ha incrinato i rapporti tra Donald Trump e Giorgia Meloni si è sviluppata nel giro di pochi giorni, a partire dal margine del G7 ospitato in Francia. In una serie di interviste, il presidente americano ha raccontato che la premier lo avrebbe pregato di fare una foto insieme, dicendo di aver acconsentito perché le «aveva fatto pena». Nei giorni seguenti ha rilanciato, collegando il raffreddamento dei rapporti al fatto che l’Italia non fosse presente, con il gruppo NATO, quando si è discusso dello Stretto di Hormuz.

La replica di Meloni a Trump

Da Palazzo Chigi è arrivata una replica netta: Meloni ha fatto sapere che l’Italia non implora e ha invitato il presidente a concentrarsi sui propri consensi anziché sui suoi. Sul piano internazionale le reazioni sono state diverse. Il presidente francese Macron si è detto sorpreso e ha annunciato che ne avrebbe parlato con Meloni al vertice del 25 giugno, mentre il premier spagnolo Sánchez ha espresso la propria solidarietà. Sul fronte interno lo scontro ha prodotto conseguenze concrete: il ministro Tajani ha cancellato un viaggio negli Stati Uniti e Confindustria ha rinunciato a partecipare al business forum di Miami.

A tutto questo si è aggiunta la dimensione social. La rete si è riempita in fretta di meme e fotomontaggi sulla presunta “rottura” tra Trump e Meloni, mentre parte della base trumpiana prendeva di mira la premier con commenti ostili, spesso attraverso account fittizi. Il caso più discusso resta però quello di una foto falsa generata con l’intelligenza artificiale, che ha aperto anche un fronte di polemica politica e giudiziaria. Così un episodio nato sul terreno diplomatico si è trasformato, in pochi giorni, in un fenomeno mediatico.

Iran-Stati Uniti, un primo round tra minacce e progressi

Si è chiuso nella notte, in Svizzera, il primo round di colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, avviato dopo il memorandum d’intesa firmato il 18 giugno a Islamabad, che punta a chiudere il conflitto militare cominciato a febbraio. I negoziati, ospitati al resort di Bürgenstock vicino a Lucerna e mediati da Pakistan e Qatar, hanno visto la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance, affiancato dagli inviati Witkoff e Kushner, e quella iraniana dal capo negoziatore Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Araghchi.

La giornata non è stata lineare. Dopo una prima sessione durata appena ottanta minuti, la delegazione di Teheran ha lasciato il tavolo per protesta contro le minacce di Donald Trump, che da Fox News aveva promesso attacchi durissimi se lo Stretto di Hormuz non fosse rimasto aperto. I colloqui sono comunque proseguiti nella notte tra i team tecnici.

Il bilancio, però, è incoraggiante. Secondo i due Paesi mediatori l’incontro si è svolto in un clima «costruttivo» e ha prodotto una tabella di marcia verso un accordo definitivo entro sessanta giorni, con una linea di comunicazione per evitare incidenti nello Stretto di Hormuz e una cellula dedicata alla gestione del conflitto in Libano.

Restano aperti i nodi più delicati: il futuro del programma nucleare, affidato a un’intesa separata, e la piena riapertura di Hormuz, che Teheran lega allo sblocco degli asset congelati e al ritiro israeliano dal Libano, dove i raid proseguono. I negoziati tecnici continueranno nei prossimi giorni.

Starmer si dimette: Londra verso il settimo premier in dieci anni

Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da primo ministro con una dichiarazione davanti a Downing Street, visibilmente commosso, dopo aver parlato in mattinata con il Re, che le ha accettate. La sua esperienza al governo, iniziata nel luglio 2024, si chiude così dopo neppure due anni.

A pesare è stata una lenta erosione, più che un singolo episodio. La pesante sconfitta laburista alle elezioni locali di maggio, con l’avanzata storica del Reform UK di Nigel Farage, aveva acceso le prime richieste di farsi da parte; sono seguite le dimissioni di ministri di peso, dal titolare della Sanità Wes Streeting a quello della Difesa John Healey, e il riemergere del caso della nomina di Peter Mandelson, amico del defunto Jeffrey Epstein, ad ambasciatore a Washington. Il colpo decisivo è però arrivato dalla netta vittoria di Andy Burnham nell’elezione suppletiva di Makerfield, che ha aperto al sindaco di Manchester la strada per rientrare in Parlamento e sfidare la leadership.

Starmer aveva promesso di battersi in ogni contesa interna, ma l’ampiezza di quel risultato ha reso la sua posizione insostenibile. Non è mancata nemmeno l’incursione di Donald Trump, che già domenica ne aveva pronosticato l’uscita di scena. Ora Burnham è il favorito netto alla successione, con i mercati attenti alle sue prime mosse dopo il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato seguito alla sua vittoria.

Con questo addio il Regno Unito si avvia al settimo primo ministro in dieci anni: un ricambio senza precedenti, segno di un’instabilità che pare ormai strutturale.

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