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La settimana politica: Freedom 250, la ricucitura a metà tra Roma e Washington

Roma e Washington cercano una tregua dopo le tensioni tra Trump e Meloni, mentre il vertice Nato e la transizione iraniana mettono alla prova gli equilibri internazionali

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Il ricevimento del 2 luglio a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore statunitense a Roma, per i 250 anni dell’indipendenza americana, ha avuto un peso che va oltre la cornice celebrativa. Dopo lo scontro a mezzo social tra Donald Trump e Giorgia Meloni seguito al G7 di Evian, la serata ha voluto lanciare un segnale di riavvicinamento tra Roma e Washington.

Il dato politico più significativo è l’ampiezza della rappresentanza istituzionale. Attorno all’ambasciatore Tilman Fertitta — che ha definito i rapporti bilaterali “tra i migliori che abbia mai visto” — si sono ritrovati il presidente del Senato Ignazio La Russa, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e buona parte del governo, ma anche esponenti dell’opposizione: da Matteo Renzi a Misiani e Boccia del Pd, fino a Gelmini e Carfagna. Non si sono visti soltanto M5S e Avs.

Netto il messaggio affidato ai discorsi. “L’amicizia è più forte di ogni polemica”, ha dichiarato Tajani, definendo gli Stati Uniti un partner e un alleato strategico. “Nessuno potrà mai mettere in discussione l’amicizia tra Italia e Stati Uniti”, gli ha fatto eco Salvini. E La Russa ha rassicurato che nessun ponte è stato abbattuto e che l’Italia lo terrà sempre vivo.

La distensione, però, resta una tregua fragile con il Presidente Trump che continua a prendere di mira la Premier. La costante che né maggioranza né opposizione mettono in discussione — il legame transatlantico come interesse nazionale — è proprio la stabilità che la politica è chiamata a proteggere dalle intemperie personali.

Trump, nuovo affondo social contro Meloni alla vigilia del vertice Nato

Domenica sera Donald Trump ha pubblicato sul social Truth un fotomontaggio che ritrae Giorgia Meloni in posa di adorazione nei suoi confronti, accompagnato dalla scritta “Serve un ordine restrittivo” (“Restraining order needed”), espressione che negli Stati Uniti rimanda ai provvedimenti di allontanamento. Il post è arrivato all’indomani del discorso per il 4 luglio e a due giorni dall’apertura del vertice Nato di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio, al quale prenderanno parte entrambi i leader, pur senza un incontro bilaterale previsto dal protocollo.

L’episodio riaccende le tensioni esplose dopo il G7 di Evian di metà giugno, quando Trump aveva sostenuto che Meloni lo avesse implorato per una foto e la premier aveva replicato con un video: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Sullo sfondo resta il raffreddamento dei rapporti seguito al no italiano all’uso della base di Sigonella durante l’operazione statunitense contro l’Iran.

Sul piano istituzionale, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, Palazzo Chigi ha scelto la linea del riserbo: Meloni e Tajani si sarebbero consultati in nottata, decidendo di non replicare e di restare aderenti ai dossier del summit. Al centro del vertice ci sarà l’aumento delle spese per la difesa richiesto da Washington agli alleati.

Diverse le reazioni interne. Il leader di Azione Carlo Calenda ha espresso solidarietà alla premier, criticando duramente il presidente americano; dal Movimento 5 Stelle sono invece arrivate critiche alla politica estera del governo. Al momento non risultano repliche ufficiali né da Palazzo Chigi né dalla Casa Bianca.

I funerali di Khamenei e l’incognita della transizione iraniana

A Teheran è in corso il funerale di Stato di Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, uccisa il 28 febbraio, nel primo giorno della guerra in Medio Oriente, nei raid di Stati Uniti e Israele contro la sua residenza. Le cerimonie si articolano su sei giorni e cinque città tra Iran e Iraq — Teheran, Qom, Mashhad, Najaf e Karbala — e sono il più grande evento funebre nel Paese dai tempi di Qassem Soleimani; la sepoltura è prevista per il 9 luglio. Le autorità iraniane rivendicano milioni di partecipanti, cifre difficili da verificare, tra lutto e slogan di vendetta contro Stati Uniti e Israele.

Sul piano politico il passaggio è delicato. La successione è formalmente nelle mani del figlio Mojtaba, che però non è mai apparso in pubblico dall’inizio del conflitto e sarebbe ancora sotto cure per le ferite riportate nello stesso attacco: alla cerimonia si sono visti tre suoi fratelli, ma non lui. Presenti il presidente Masoud Pezeshkian e il capo dei Pasdaran Ahmad Vahidi, riapparso in pubblico per la prima volta dall’inizio della guerra. Intanto i negoziati indiretti tra Teheran e Washington risultano sospesi per la durata delle esequie.

Sul fronte internazionale l’Occidente è rimasto assente — per l’Europa solo gli ambasciatori a Teheran — mentre hanno partecipato molte delegazioni di Paesi vicini all’Iran: per la Russia l’ex presidente Dmitry Medvedev, inviato speciale di Putin; il premier pakistano Shehbaz Sharif; un alto dirigente parlamentare cinese; il ministro degli Esteri del governo talebano afghano; leader di Caucaso e Asia centrale, oltre a delegazioni di Hamas, Hezbollah e degli Houthi yemeniti.

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