Politica La settimana politica: la crisi in Iran, tra nuovi equilibri geopolitici e incognite energeticheCrisi in Iran dopo l’uccisione di Khamenei: tensioni militari, effetti su energia e mercati, scontro politico in Italia e scenario sul referendum Giustizia lunedì 2 Marzo 2026lunedì 2 Marzo 2026 Array Il 28 febbraio 2026 il leader supremo della Repubblica islamica dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei, è stato ucciso in una serie di attacchi aerei congiunti condotti da Stati Uniti e Israele, in un’operazione che Washington e Tel Aviv hanno motivato con la necessità di contenere la minaccia militare e nucleare iraniana. La scomparsa della guida religiosa e politica che dal 1989 rappresentava il vertice del sistema iraniano apre ora una fase di transizione istituzionale delicatissima, con un consiglio provvisorio incaricato di traghettare il Paese verso la nomina del successore. Per la prima volta dalla rivoluzione islamica di Khomeini, infatti, l’Iran si trova senza la Guida Suprema dell’Ayatollah. La reazione dell’Iran La reazione di Teheran non si è fatta attendere: missili e droni sono stati lanciati verso obiettivi israeliani e basi statunitensi nella regione del Golfo Persico con il conflitto che ha coinvolto indirettamente anche altri attori mediorientali come il Bahrain, Dubai e gli Emirati Arabi, alimentando un clima di forte instabilità. Le ripercussioni non sono solo militari, ma anche economiche e finanziarie, con immediate tensioni sui mercati energetici e sulle rotte commerciali. Per il mondo imprenditoriale, in particolare, sarà fondamentale monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione nello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Una sua eventuale chiusura o limitazione al traffico marittimo potrebbe determinare un nuovo shock sui prezzi dell’energia, con effetti a catena su costi di produzione, trasporti e inflazione. In uno scenario già complesso, la variabile geopolitica torna dunque a incidere in modo diretto sulla programmazione economica delle imprese, che dovranno muoversi con prudenza e capacità di adattamento. Crosetto bloccato a Dubai, scoppia il caso politico Nelle ore successive all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran si è aperto un acceso dibattito politico in Italia sulle modalità di gestione dell’informazione e sulle responsabilità del governo nella comunicazione internazionale. Al centro delle polemiche è finito il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai con la famiglia a causa della sospensione dei voli commerciali dopo i raid. L’episodio ha alimentato le critiche delle opposizioni, che hanno messo in discussione l’opportunità della sua presenza all’estero in un momento di forte tensione internazionale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato un vertice di emergenza a Palazzo Chigi, coordinando i contatti con i principali partner europei e con i Paesi del Golfo, ribadendo l’impegno dell’Italia per favorire una soluzione orientata alla stabilità della regione e confermando la solidarietà alla popolazione civile colpita. Le opposizioni hanno però attaccato l’esecutivo sostenendo che Roma non sarebbe stata preventivamente informata dall’amministrazione americana dell’operazione militare. Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno parlato di difficoltà nel ruolo internazionale dell’Italia, mentre Stefano Patuanelli ha chiesto le dimissioni del ministro. Rientrato a Roma con un volo di Stato pagato a sue spese, Crosetto ha respinto le accuse, affermando di aver seguito costantemente la crisi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato l’istituzione di una “Gulf Task Force” per assistere i cittadini italiani nell’area e rafforzare il coordinamento diplomatico. Il punto sul Referendum Giustizia Nell’ultima settimana, il dibattito politico italiano si trova a fare i conti con una doppia agenda: da una parte le conseguenze internazionali dell’attacco all’Iran e, dall’altra, l’evoluzione dei sondaggi sul referendum costituzionale sulla Giustizia, in programma il 22 e 23 marzo. Mentre l’attenzione pubblica e mediatica è stata fortemente catalizzata dalle tensioni internazionali e dalle polemiche interne sulla gestione della crisi, emerge un quadro dei sondaggi che merita di essere osservato con attenzione. Secondo le rilevazioni più recenti, la supermedia dei sondaggi dei principali istituti di rilevazione per le intenzioni di voto registra un avvicinamento tra i due blocchi. Questa dinamica indica che, nelle ultime settimane, la partita referendaria resta apertissima e condizionata in misura significativa dal comportamento degli elettori e dalla loro mobilitazione: un basso livello di partecipazione potrebbe favorire il No, mentre un’affluenza più alta tenderebbe ad equilibrarne le chances. La vittoria dell’uno o dell’altro fronte sarà quindi decisa dalle ultime settimane di campagna elettorale, con il centrodestra chiamato ad un grande sforzo di mobilitazione del suo elettorato per far pendere la bilancia dalla parte del Sì. Con la crisi geopolitica che polarizza l’opinione pubblica, tuttavia, il dibattito referendario rischia di passare in secondo piano fino al giorno del voto. 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