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La settimana politica: Hormuz, la tregua si spezza

Hormuz, tregua spezzata tra raid USA e risposta iraniana. Tensioni anche su NATO, Kiev e vertice sul terrorismo di sinistra convocato a Washington il 16 luglio

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La tregua dei 60 giorni sancita dal memorandum d’intesa tra Washington e Teheran si è di fatto interrotta nel fine settimana. All’origine, l’attacco iraniano a una nave mercantile battente bandiera cipriota che, secondo Teheran, non avrebbe rispettato l’ordine di cambiare rotta nello Stretto di Hormuz.

La risposta americana è arrivata l’11 luglio: il Centcom ha completato il terzo round di raid della settimana, colpendo circa 140 obiettivi militari iraniani con munizioni di precisione. I Pasdaran hanno replicato centrando una base statunitense in Bahrein, mentre missili e droni hanno raggiunto anche Emirati, Qatar, Giordania e Oman.

Sullo status dello Stretto di Hormuz le versioni restano opposte. Per le autorità iraniane il transito è sospeso “fino a nuovo avviso”; per Donald Trump, intervistato dalla NBC, Hormuz “è aperto”, posizione confermata dal Centcom, secondo cui l’Iran non controlla la via d’acqua.

Il canale diplomatico non si è però chiuso. A Muscat il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato l’omologo omanita: le parti hanno concordato di proseguire i colloqui tecnico-politici sulla sicurezza della navigazionedi Hormuz, con la partecipazione parziale di una delegazione del Qatar in veste di mediatore. L’Oman ha comunque convocato l’ambasciatore iraniano per i droni caduti sul proprio territorio; Doha ha sospeso temporaneamente le attività marittime; condanne formali sono giunte da Giordania e Arabia Saudita.

Intanto in Israele la Knesset ha fissato le elezioni per il 27 ottobre, ultima data consentita dalla legge: un voto ampiamente letto come referendum sulla leadership di Netanyahu.

Terrorismo “di sinistra”, Roma al tavolo di Trump

L’Italia parteciperà al vertice convocato a Washington per il 16 luglio dal segretario di Stato americano Marco Rubio, dedicato alla ripresa del terrorismo transnazionale di estrema sinistra. Secondo quanto battuto dalle agenzie sabato sera, il governo, su impulso di Giorgia Meloni, lavora a una rappresentanza di livello politico, affidata a un sottosegretario.

L’iniziativa era stata anticipata dal Washington Post: gli inviti di Rubio hanno raggiunto oltre sessanta ministri degli Esteri, in prevalenza europei, oltre ai principali Paesi dell’America Latina e a diversi Stati asiatici, tra cui India, Indonesia e Singapore.

Lo stesso quotidiano ha riferito i timori — condivisi da alleati europei, analisti e funzionari statunitensi — che il summit possa preludere a un ampliamento della definizione di “organizzazione terroristica straniera”, tale da autorizzare strumenti investigativi, a partire dalla sorveglianza, verso cittadini americani riconducibili al movimento Antifa. Il dossier è stato affidato a Sebastian Gorka, nominato direttore senior per l’antiterrorismo nel Consiglio di Sicurezza Nazionale.

La decisione italiana ha innescato la reazione delle opposizioni. AVS aveva già depositato un’interrogazione a prima firma Fratoianni, rivolta alla premier e al ministro Tajani, che chiede anche se a giugno gli Stati Uniti abbiano richiesto informazioni su gruppi e associazioni della sinistra italiana. Il Pd, con il deputato Amendola, e il M5s, con la senatrice Maiorino, criticano duramente la scelta, mentre il segretario di Più Europa Magi domanda al governo di chiarire i contorni della partecipazione. Tutte le opposizioni chiedono che l’esecutivo riferisca in Parlamento.

NATO, tra Trump e Meloni torna il dialogo

Si è chiuso mercoledì 8 luglio ad Ankara il 36° vertice NATO, ospitato da Erdogan con i capi di Stato e di governo dei 32 Paesi alleati e il presidente ucraino Zelensky. I riflettori erano puntati sul primo faccia a faccia tra Donald Trump e Giorgia Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane: alla vigilia il presidente americano aveva rinnovato le critiche agli alleati — Italia compresa — per il mancato sostegno sull’Iran, pur concedendo sulla premier “mi piace, è una brava persona”.

Alla cena dei leader i due hanno condiviso il tavolo con Erdogan, Rutte, Merz, Macron e Starmer; al rientro in hotel Meloni ha parlato di “rapporti cordiali”. Nella giornata conclusiva Trump ha attenuato i toni, rivendicando la straordinaria unità emersa nella sessione.

Sul piano dei contenuti, la dichiarazione finale riafferma l’impegno incrollabile alla difesa collettiva dell’articolo 5, definisce la Russia una minaccia di lungo termine e chiede all’Iran di non dotarsi mai dell’arma nucleare e di rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

Confermato l’obiettivo del 5% del PIL in spese per la difesa entro il 2035, da raggiungere con piani concreti e credibili; annunciati oltre 50 miliardi di nuovi contratti di approvvigionamento militare. All’Ucraina andranno 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento nel 2026, con livelli almeno equivalenti nel 2027, mentre Trump ha concesso a Kiev la licenza per produrre i missili Patriot. Meloni ha ribadito che l’Italia rispetterà gli impegni in modo sostenibile e che gli investimenti per la difesa dovranno restare nel Paese.

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