Politica La settimana politica: fallimento negoziati Iran e blocco Hormuz, Italia teme recessioniNegoziati con l’Iran falliti: Trump annuncia il blocco navale di Hormuz. Mercati in tilt, gas a +10%. Italia a rischio recessione, Giorgetti preme su Bruxelles lunedì 13 Aprile 2026lunedì 13 Aprile 2026 Array La delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance ha lasciato Islamabad nella notte di domenica dopo il fallimento dei negoziati con l’Iran, senza raggiungere un accordo sulla rinuncia iraniana alle ambizioni nucleari. Gli effetti della fallita trattativa USA-Iran Una rottura che ha innescato un’immediata escalation, con il presidente Trump che ha annunciato un blocco navale dello Stretto di Hormuz, operativo dalle ore 16 italiane di oggi. Le forze del Comando centrale impediranno il transito di qualsiasi nave in entrata o in uscita dai porti iraniani, garantendo tuttavia la libera navigazione verso porti non iraniani. Le tensioni per lo Stretto di Hormuz La notizia non è stata ovviamente ben accolta da Teheran, con i Pasdaran che hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento militare allo Stretto sarà considerato una violazione del cessate il fuoco, mentre il ministro degli Esteri iraniano Araghchi parla di un accordo di tregua duratura a portata di mano ma vanificato dal massimalismo americano. Mentre Pechino invita a non far subire ostacoli alla navigazione nello Stretto, gli effetti sui mercati sono già tangibili. Secondo il Lloyd’s List, il traffico marittimo si è nuovamente bloccato e almeno due navi hanno già invertito la rotta. Le implicazioni per l’Italia Per l’Italia le implicazioni sono dirette: benzina e diesel rischiano ulteriori rialzi, la Borsa di Milano ha aperto in calo e il gas ad Amsterdam è balzato di oltre il 10%. Il ministro dell’Economia Giorgetti ha già lanciato l’allarme: se la situazione continuerà così sul fronte dell’energia e degli oli combustibili, la recessione arriverà. Il governo sta intensificando il pressing su Bruxelles per ottenere una sospensione del Patto di Stabilità e recuperare margini di manovra a sostegno di famiglie e imprese. Voto in Ungheria: Budapest torna verso Bruxelles Peter Magyar e il suo partito Tisza hanno stravinto le elezioni parlamentari ungheresi con un’affluenza record del 77,8%, conquistando 137 seggi su 199 — oltre la soglia dei due terzi che consente di modificare la Costituzione, chiudendo l’era Orban dopo 16 anni, con il suo partito Fidesz fermo a 55 seggi. Magyar ha annunciato che il suo primo viaggio sarà a Varsavia, poi a Vienna e infine a Bruxelles per sbloccare i circa 17 miliardi di euro di fondi europei congelati per violazioni sullo stato di diritto, indicando come il voto vada ben oltre i confini ungheresi. Il programma di Tisza, legato al Ppe, punta a ricollocare stabilmente Budapest nel campo euro-atlantico, chiudendo la stagione in cui l’Ungheria ha funzionato da ponte tra Mosca e Washington e da veto sistematico sulle decisioni comunitarie — dall’ultimo pacchetto di aiuti all’Ucraina al prestito da 90 miliardi per Kiev. L’effetto più rilevante potrebbe riguardare l’intero asse di Visegrad. Infatti, con la caduta di Orban viene meno la punta di diamante dell’alleanza che oggi include anche il ceco Babis e lo slovacco Fico. A Bruxelles c’è una timida fiducia nel fatto che, senza il sostegno di Budapest, anche il potere di veto di Bratislava e Praga verrà nettamente ridimensionato, restituendo all’Unione margini di manovra su dossier cruciali: difesa comune, allargamento e bilancio pluriennale. Dall’Italia la premier Meloni ha augurato buon lavoro a Magyar, ringraziando al contempo “l’amico Orban” per la collaborazione di questi anni, mentre la segretaria del Pd Schlein ha commentato che con Orban hanno perso anche Meloni e Salvini. Forza Italia, il ritorno di Gianni Letta Dopo il terremoto post-referendum — con l’avvicendamento tra Stefania Craxi e Gasparri alla guida degli azzurri al Senato — il futuro assetto di Forza Italia passa da un vertice fiume a Cologno Monzese con Antonio Tajani, Marina e Pier Silvio Berlusconi. Al centro del confronto, la sostituzione di Paolo Barelli alla guida dei deputati azzurri alla Camera e il nodo dei congressi locali per il controllo del partito. Il nome individuato come punto di sintesi è quello di Enrico Costa, responsabile giustizia del partito, emerso dopo che i nomi di Mulè, Bergamini e Cappellacci proposti da Marina Berlusconi non hanno trovato il favore del Segretario Tajani. Una soluzione di compromesso che, tuttavia, ha incontrato resistenze tra i parlamentari: la provenienza politica di Costa — eletto con Azione e in precedenza transitato per Ncd — è stata percepita da diversi deputati come troppo esterna al movimento. A ricomporre le frizioni tra i deputati forzisti è intervenuta la regia di Gianni Letta, storico mediatore delle stagioni berlusconiane, impegnato con una fitta rete di contatti telefonici a rasserenare gli animi e a trasformare quella che rischiava di diventare una candidatura divisiva in una proposta unitaria. Il messaggio recapitato d’intesa con la famiglia Berlusconi e con Tajani è stato chiaro: Costa rappresenta un punto di incontro per ripartire con unità e senso di responsabilità verso le politiche del 2027. Sul tavolo resta anche il riassetto dei ruoli: per Barelli si ipotizza la presidenza della bicamerale sull’anagrafe tributaria, mentre nuove nomine a sottosegretario potrebbero arrivare già nel prossimo Consiglio dei ministri. 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