Politica La settimana politica: tra Iran, referendum e nuova legge elettoraleCrisi Iran e mercati energetici: Brent oltre 119 dollari, tensioni a Hormuz. Per l’Italia rischio inflazione importata e 10 miliardi di aggravio per le imprese. lunedì 9 Marzo 2026lunedì 9 Marzo 2026 Array L’escalation militare in Iran che ha portato alla morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, non rappresenta soltanto un nuovo elemento di instabilità internazionale, ma apre anche una fase di forte attenzione per gli equilibri economici globali. In questi giorni i mercati energetici hanno reagito con grande volatilità alla crisi in Iran: il Brent ha superato in giornata i 119 dollari al barile, sui livelli più alti dal 2022, mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, hanno rafforzato i timori su approvvigionamenti, logistica e costi di trasporto. Crisi in Iran: i riflessi sull’economia italiana Il rischio, in questo contesto, è che la crisi in Iran si traduca rapidamente in nuova inflazione importata per famiglie e imprese, esattamente come già accaduto con lo scoppio del conflitto russo-ucraino. Per l’Italia il punto non è soltanto energetico, ma industriale, con il conflitto che espone il nostro sistema produttivo sia sul fronte dell’export verso l’area mediorientale, sia sul lato dei costi: con vari studi che stimano per il 2026 un aggravio vicino ai 10 miliardi di euro per le imprese italiane, tra rincari dell’elettricità e del gas. I comparti più esposti sono quelli energivori e quelli legati alla mobilità, alla logistica, alla manifattura e all’agroalimentare. In questo quadro il governo ha attivato il monitoraggio lungo tutta la filiera dei carburanti e il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato di stare valutando l’attivazione del meccanismo delle cosiddette accise mobili, con l’obiettivo di sterilizzare almeno in parte gli effetti dei rincari stabili alla pompa. Già dal Consiglio dei Ministri delle prossime ore dovrebbero essere approntate le misure per dare ristoro alle famiglie ed al tessuto produttivo italiano. Il Mimit ha inoltre segnalato che, al 6 marzo, i prezzi medi nazionali self risultavano in aumento a 1,76 euro al litro per la benzina e 1,91 per il gasolio, con rialzi che non risultavano ancora giustificati da una reale carenza di prodotto raffinato sul mercato. Referendum sulla giustizia, campagna nella fase finale Con il video diffuso il 9 marzo sui propri canali social, Giorgia Meloni ha sancito l’inizio della volata finale della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, scegliendo di esporsi in prima persona a meno di due settimane dal voto. La presidente del Consiglio ha rilanciato le ragioni del Sì, accusando l’opposizione di banalizzare i concetti proposti dalla riforma, disinnescando la lettura politica della consultazione, sostenendo che un’eventuale vittoria del No non comporterebbe le dimissioni del governo. Il governo, secondo le parole della Premier, arriverà a fine legislatura. A rendere più delicato questo finale di partita è però il clima di incertezza fotografato dai sondaggi più recenti. Le rilevazioni diffuse negli ultimi giorni indicano infatti un quadro molto competitivo, con il No in rimonta e in vantaggio negli scenari di affluenza più bassa, mentre il Sì sarebbe avvantaggiato in quegli scenari che prevedono una maggiore affluenza alle urne. In questo contesto, il fronte contrario alla riforma insiste nel presentare il referendum come un passaggio di equilibrio istituzionale. Elly Schlein ha accusato il governo di avere una “mania del controllo” e ha ribadito che “la democrazia non è un assegno in bianco”, mentre Giuseppe Conte ha definito la riforma “il ritorno della casta dei politici” e degli “intoccabili”. Dichiarazioni che mostrano come, nella fase conclusiva della campagna, lo scontro si stia concentrando sempre più sul significato politico del voto, oltre che sul merito della riforma. Verso le Politiche 2027: depositata in parlamento la nuova legge elettorale Tra la crisi in Iran e la volata referendaria, il centrodestra ha anche depositato una proposta di riforma della legge elettorale che punta a superare l’attuale sistema misto introdotto con il Rosatellum e introduce un modello prevalentemente proporzionale accompagnato da un premio di governabilità per la coalizione che ottiene il maggior consenso. L’obiettivo dichiarato dai partiti di maggioranza è rafforzare la stabilità dell’esecutivo e ridurre il rischio di maggioranze parlamentari fragili o difficili da comporre. Il meccanismo principale prevede che alla coalizione che raggiunga almeno il 40% dei voti venga attribuito un premio di seggi: 70 alla Camera e 35 al Senato, con un limite complessivo che non può superare il 60% dei parlamentari. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga la soglia prevista, il testo ipotizza anche un possibile ballottaggio tra le due coalizioni più votate che abbiano superato il 35% dei consensi. Il sistema sarebbe basato su collegi plurinominali con liste bloccate, superando quindi la quota di collegi uninominali prevista dalla legge attuale. La proposta ha già acceso il confronto politico, con le opposizioni che accusano il governo di voler cambiare le regole del gioco in vista delle prossime elezioni politiche, mentre i sostenitori della riforma sostengono che il premio di maggioranza rappresenti un passo avanti verso un sistema che assicuri governabilità senza rinunciare al pluralismo. Con le elezioni del 2027 ormai alle porte, dopo il Referendum è lecito aspettarsi che sarà proprio sulla legge elettorale che si concentrerà il dibattito parlamentare. 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