Occupazione, quello che l’Istat non sottolinea: lavoro precario, morìa indipendenti, Europa a due marce

In attesa degli effetti del decreto dignità, l’Istat fotografa gli stessi livelli occupazionali di dieci anni fa. Ma le regole e i ritmi del mondo del lavoro si sono completamente ribaltati

L’Istat ha appena pubblicato alcuni dati in cui si dà giustamente risalto alla crescita occupazionale nel secondo trimestre 2018 rispetto al primo con un +203mila (+0,9% nei dati destagionalizzati). Contestualmente, per l’istituto di statistica diminuisce il tasso di disoccupazione, specie per quanto riguarda il genere femminile e soprattutto nei territori del Centro e del Sud Italia.

L’andamento tendenziale, ossia il confronto con la situazione di un anno fa, mostra una crescita di 387mila occupati. Un numero, però, composto totalmente da persone assunte a termine (+390mila) a fronte di una diminuzione dei contratti indeterminati (-33mila) e un analogo aumento degli indipendenti (+30 mila).

L’andamento congiunturale, cioè il confronto tra semestri cui si concentra l’Istat, tutto sommato è un mero esercizio di calcolo, L’analisi più urgente, forse, riguarda i mutamenti profondi che il mondo del lavoro ha conosciuto negli ultimi dieci anni, dall’inizio degli effetti della crisi a oggi.

 

Come è cambiata l’occupazione

Nel secondo trimestre 2018, sempre secondo i dati Istat, in Italia si contano 205mila occupati in più rispetto al secondo trimestre 2008. Nell’ampia fascia 15-64 anni, in sostanza e nei dati non destagionalizzati, il tasso di occupazione è tornato agli stessi livelli di un decennio fa (59,1%).

Solo questo. Perché, per il resto, è cambiato tutto. La forza lavoro è invecchiata sia per l’aumento dell’età pensionabile, sia per la diminuzione della popolazione giovanile, sia perché quest’ultima entra più tardi nel mondo del lavoro. E’ cambiata la componente occupazionale di genere, ma anche quella territoriale. Vi è stata, poi, un completo ribaltamento circa la durata dei contratti.

 

Più lavoro alle donne, meno agli uomini

Nel secondo trimestre 2018 le donne occupate sono oltre mezzo milione in più rispetto all’analogo periodo del 2008 (+6,3%; il relativo tasso +2,6 punti). Il boom di crescita di genere c’è stato dal secondo trimestre 2014. Lo stesso, invece, non si può dire per gli uomini: tra il 2008 e il 2013, infatti, si è registrato un milione di occupati in meno e soprattutto nell’industria. Anche qua il recupero, come per le donne, ha preso il via con il 2014, ma il gap con il 2008 non si è mai colmato (-380 mila, -2,7%; il tasso -2,7 punti).

 

Mezzogiorno, recupero a rilento

L’Istat fotografa forti differenze anche a livello territoriale. Nel Centro-Nord la ripresa è iniziata prima e ha portato al recupero delle perdite occupazionali dovute alla crisi già nel secondo trimestre 2016. Al Sud, invece, dove il calo degli occupati ha riguardato complessivamente 700mila persone fino al 2014, il saldo rispetto al periodo pre-crisi è ancora ampiamente negativo (-258 mila, -3,9%; il relativo tasso -1,6 punti).

 

Boom dei contratti a termine, crollo degli indeterminati

Più 700mila i contratti a termine, meno 600mila indipendenti. Ecco la vera fotografia del lavoro nell’ultimo decennio. Il recupero dell’occupazione, infatti, interessa esclusivamente il lavoro alle dipendenze, specie se a termine. Difatti, se per il tempo indeterminato al recupero avvenuto alla fine del 2015 è seguita una debole crescita che ha determinato livelli di poco superiori a quelli del 2008, per il tempo determinato la consistente crescita dell’ultimo periodo ha comportato questi 700mila occupati a termine in più rispetto al pre-crisi (+30,9%). Fa da contraltare, però la scomparsa dei 600mila indipendenti (-10,2%) nonostante l’aumento nell’ultimo trimestre.

 

L’analisi complessiva

Sono dati, tutti questi, ancora estranei agli effetti del decreto dignità e che dipendono, nel bene e nel male, in gran parte dal Jobs Act e dagli altri interventi in materia di lavoro precedenti al governo Conte. Dunque siamo a un crocevia e occorre capire quanto inciderà sull’occupazione – e sull’eventuale sterzata nella durata contrattuale – il passaggio da un provvedimento sul lavoro all’altro. Di certo l’attuale ‘vittoria’ dei contratti a termine rispetto agli indeterminati è da ricercarsi in una commistione tra crisi e scarsi incentivi per le assunzioni a favore delle imprese.

In Europa, intanto, si viaggia a velocità estremamente più alta rispetto al nostro Paese. E questo è fotografato anche dagli stessi dati Istat che plaudono alla crescita congiunturale dello Stivale nel secondo semestre 2018. Dice l’Istat: “La crescita economica è in Italia più lenta di quella dell’economia dei paesi dell’area Euro, cresciuta dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e del 2,2% nel confronto con il secondo trimestre del 2017.

Ricordiamo che, circa il decreto dignità convertito in legge, esso deve essere ‘completato’ con l’apposito decreto interministeriale che darà il via libera agli incentivi per i contratti indeterminati agli under 35. Per questo decreto, firmato dal ministero del Lavoro di concerto con il dicastero dell’Economia, c’è tempo 60 giorni dal momento della conversione in legge del Dl dignità. A tutto ciò – ma non sarà possibile capirne subito gli effetti – c’è da associare i benefici promessi dal governo alle piccole e medie imprese. Su tutti, quelli che dovranno portare il taglio del costo del lavoro, una nuova pressione fiscale, lo snellimento della burocrazia e la futura legge anti-corruzione. Solo allora sarà possibile riparlarne in modo oggettivo.

 

I documenti

Report integrale Istat sul mercato del lavoro (settembre 2018)
Dossier Conflavoro Pmi sul mercato del lavoro e i cambiamenti dal 2008 a oggi (maggio 2018)
Focus Conflavoro Pmi sul decreto dignità convertito in legge (agosto 2018)

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